Alessandro Di Cola

Dante Maffìa

In un momento in cui la crisi dell’arte è investita da una valanga di ambiguità che porta ad ulteriore crisi e crea uno sbandamento, incontrare le opere di Alessandro di Cola è un conforto. Detto così non diventa giudizio critico, ma piacere che però presuppone, nel mio caso, una lunga e appassionata dimestichezza con il mondo della scultura sempre così problematico.
L’impatto è violento e insieme intrigante: onde direi musicali si sprigionano dalle opere e investono chi guarda fino alla resa, fino a trovare un punto d’incontro. Certo, si tratta di vibrazioni inusuali che la materia apre verso l’assoluto ed è per questo che a volte sembra di stare all’interno di scene incalzanti, dal ritmo frenetico.
Sono stato sempre convinto che non si può fare grande arte se non si ha una forte tempra spirituale, un rigore etico che spinge e varcare l’ombra del mistero e renderla palese attraverso spiragli di luce che i volumi accendono e rendono armoniosi.
Di Cola ha dentro di sé una inquietudine che non ha soste e quando entra nella dimensione creativa riesce a saper amalgamare sia le acquisizioni tecniche ormai raffinate e compiute e sia il trasporto interiore che gli viene da una naturale adesione ai soggetti. Come a dire che la natura l’ha dotato di capacità non indifferenti di carattere scultoreo, ma poi egli ha lavorato con assiduità per arrivare ai risultati attuali così densi di fermenti e così palpitanti.
Se si parla con il nostro scultore ci si rende conto immediatamente che egli ha lo sguardo prensile, che non gli passa inosservato proprio nulla. Le forme acquistano in lui –e la macerazione avviene poi in una preziosa pianificazione con inserti intellettuali e culturali- esigenze di rapporto umano e smaniano fino a che non trovano consonanza e rilievo. Stato di grazia. Desiderio di realizzare comunione tra ciò che offre il mondo, la Natura, e ciò che invece viene da spinte indotte. Mi pare che debba essere sempre questo –dovrebbe almeno essere- il binomio felice che conduce alle sintesi e alle rappresentazioni che poi permettono di avere colloqui franchi e sinceri con le Muse.
Se si fa caso alcuni particolari delle opere suggeriscono un Di Cola inquieto, addirittura ansioso, permeato da accensioni che spostano di continuo l’asse verso riscontri importanti che considerano il figurativo con occhio particolare.
Alessandro Di Cola, per dirla senza riserve, intende percorrere l’infinito suo romanzo della scultura come diario poetico che punta al futuro sia per quanto riguarda le diversificazioni dei volumi e sia per quanto riguarda gli accenti memoriali. Diciamo che quel che di solito impressiona degli scultori è la manualità portata all’estremo limite, l’ossessione per plasmare, sottrarre, liberare la materia dal grumo dell’inerzia e farla diventare anima. Di Cola impressiona soprattutto per il suo piglio carnale con cui vive e fa vivere il senso recondito della materia. Non so se come Michelangelo egli intravede già nella massa informe ciò che poi nascerà, ma è certo che nel momento in cui si pone dinanzi a qualsiasi argomentare scultoreo sente la mano fremere, il cuore battere, i sensori del corpo prendere il volo. Metafore a parte, nella scultura di Di Cola c’è molta vita che s’incanta e canta, che gioca e si diverte, suggerisce di godere di ciò che arriva come messaggio di crescita umana e sociale.
La prima volta che ho visto le sue opere mi sono domandato se ancora persistessero in lui strascichi del maestro. Bruno Liberatore non passa invano nel rapporto con gli allievi, ma mi sono reso subito conto che Alessandro ha saputo trasformare le lezioni in bagaglio personale, così come in bagaglio personale ha portato le esperienze di Giuseppe Mannino che lo ha guidato verso le assonanze tra scrittura e immagine.
Ma trovo che i più recenti lavori abbiano raggiunto una personalità compiuta, un luogo ideale di realizzazione in cui si specchiano interamente le qualità e le istanze ideali che spingono Alessandro a traguardi che saranno importanti.
Le tecniche miste su iuta cucita sono a un tempo affascinanti e sconcertanti, urticano l’anima e nello stesso istante la portano alla curiosità, all’adesione. Si tratta di opere che dietro il figurativo presentano un movimento roteante, diversificato, impossibile da poter cogliere nel suo insieme. La corsa del vortice sembra essere l’asse portante di molti lavori, sia che essi siano realizzati in carta, in alluminio, in cera o in bronzo.
Mi verrebbe da cercare le fonti a cui si è abbeverato Alessandro Di Cola, ma sarebbe una inutile fatica, perché egli ha la qualità di portare se stesso, massicciamente, dentro le opere fino a renderle parte del suo corpo e della sua anima. Non sembri esagerato, egli si comunica con la materia, la ama, la violenta e la conduce al suo fiato in modo che lei si arrenda e diventi preziosa compagna.
Direi che non si possano escludere dal percorso di Alessandro delle vere e proprie estasi da cui partoriscono poi le strutture tridimensionali. Ma basti dire che egli è uno dei pochi giovani capace di trovare il luogo magico che mette d’accordo antico e nuovo con uno sforzo enorme per non cadere in equilibri di maniera. Credo che ciò dia la dimensione di una ricerca e di una drammaticità di rincorse per trovare il senso poetico della Forma, il lato caldo della Forma, il principio che lega massa e volumi in deliranti colloqui quando sentono la sferzata del senso nuovo dell’essere, del rinnovamento degli stilemi e delle strutture.

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